L’eccidio del Lunedì di Pasqua: era il 10 aprile 1944

SESTO FIORENTINO – Anche questo 2 aprile, come ogni anno, le autorità cittadine hanno commemorato l’eccidio del lunedì di Pasqua con deposizioni di corone ai cippi di pietra che ricordano i caduti. Ma di cosa si tratta? Verrebbe da pensare ad un episodio della Resistenza e invece no, qualcosa di più semplice e atroce legato solo indirettamente alla Resistenza. Tutto iniziò la mattina presto del 10 aprile, lunedì di Pasqua del 1944.
I comandi tedeschi, fiancheggiati come sempre da qualche fascista di zona decisero di fare un rastrellamento che comprendesse l’intera pendice orientale di Monte Morello, come monito e vendetta verso i partigiani che stavano intensificando la loro azione attorno Firenze. Il commando partì irrompendo nei borghi di Castello, Rifredi e Serpiolle, per poi risalire verso Cercina. Lungo la strada diversi ragazzini furono presi per essere usati come “uomini di fatica” per portare su molte munizioni e bombe a mano. Si entrò a ispezionare casa per casa in tutti i borghetti. A Ceppeto, sentendo dei rumori provenire da un capanno, si spararono raffiche di mitra uccidendo il povero Silvio Rossi, una delle più sfortunate tra tutte le sfortunate vittime della guerra. Si trattava infatti di uno degli operai che stavano lavorando in quella zona al rimboschimento di Monte Morello, ed era così attaccato al suo compito da lavorare anche nel giorno di festa dopo Pasqua…
Arrivati a Cercina, il commando tedesco non si fermò neanche di fronte allo svolgimento della Messa: furono radunati e arrestati diversi che assistevano alla Messa del Lunedì di Pasqua, quindi irruppero nella casa del dottor Brunetto Fanelli trascinandolo via, e subito dopo in un casolare, la casa di “Cellore”: arrestarono quattro uomini e due giovani, i cugini Lamporesi, che non avevano ancora diciotto anni. Pare probabile che questi sette siano stati presi su indicazione dei fascisti del luogo, e a lungo è stata attribuita la responsabilità addirittura al parroco di Cercina di allora, che fu poi in seguito “giustiziato” dai partigiani. Ma torniamo a quella mattina. Condotti via gli uomini, ai parenti fu detto che erano stati portati nelle galere fasciste alla Fortezza, e qui andarono per giorni a chiedere notizie, con i secondini che – convinti da doni di uova e galline – li rassicuravano sul loro stato di salute e sul fatto che presto sarebbero stati rilasciati.
Solo dopo cinque giorni la madre di Renzo Lamporesi volle provare a cercarli nelle campagne attorno Cercina. Fu così che trovò in una buca, malamente coperti da un po’ di terra e sassi i resti del figlio e delle altre vittime: Angelo Covini, Orlando e Olimpo Bruschi, Romolo Lamporesi (il cugino di Renzo) Aurelio Bonaiuti e Brunetto Fanelli.
Erano tutti stati uccisi nella mattina del 10 aprile. Quel giorno di pasquetta i rastrellamenti erano proseguiti anche sulle case verso Morlione, Cerreto Maggio e Vaglia, mietendo altre sei vittime: Cesare Paoli, Gabriello Mannini, Savino e Giovanni Biancalani, Aurelio e Fortunato Sarti. Il rastrellamento portò inoltre più di trecento innocenti alle galere fasciste della Fortezza da Basso, in attesa della deportazione.
L’evento fu sconvolgente per tutti gli abitanti della zona, e anche per i partigiani che continuavano ad accrescere le loro offensive sui colli: secondo le testimonianze di alcuni di loro, di fronte ai fatti del lunedì di Pasqua in molti venne l’angoscia per le conseguenze che venivano indirettamente sulla popolazione civile per via della loro azione, per quanto la ritenessero giusta. E non era che l’inizio della fase più dura.
Francesca Gambacciani

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